Se la terra ferma era la metafora della solidità, della sicurezza e di una insperata salvezza. Oggi non si può più dire che lo sia. È, forse, il contrario: il posto più ostile dove approdare. Qualunque sia la costa. Da quelle rigogliose del mondo occidentale ricco a quelle dove i genocidi vengono ignorati, mascherati e ridotti a speculazione edilizia.
A volte non scegli davvero. A volte puoi solo sopravvivere. Parlare di privilegio economico è anche questo: riconoscere che non tutti partiamo dallo stesso posto e con gli stessi strumenti, né abbiamo le stesse reti e sicurezze a cui tornare. Eppure, spesso, quelli che possono permettersi coerenza assoluta sono quelli che per primi puntano il dito, molte volte senza esporsi, senza analizzare gli strati di complessità verso il quale il loro dito indice sta puntando.
Parlare di privilegio economico, secondo me, serve a smascherare i meccanismi che ci dividono. Ma la sola consapevolezza non basta: serve organizzarsi, unire fragilità e rabbia, non per redimersi, ma per cambiare le condizioni materiali che ci obbligano a questi compromessi. Perché la solidarietà non è uno slogan: è un’azione collettiva.
Guardare in faccia le contraddizioni è il primo passo per affrontarle insieme.
Di privilegi ce ne sono tanti e quello economico è tra i più infami.
Hai presente quando tutto è semplice, lineare, con un futuro prossimo tutto sommato abbastanza semplice da predire. Non è questo il caso. Il presente, figuriamoci il futuro, è un casino. Molte persone si sono schierate (come me) molte persone non ancora. Molte persone sanno esattamente come andrà (e queste ultime sono quelle di cui mi fido di meno), altre accettano la stratificata complessità del presente, e le innumerevoli distorture che può prendere la nostra linea temporale. Il caos. Un caos inquietante che cerchiamo di mitigare con azioni spesso inutili, nonsense, ripetitive, che ci possano dare una effimera parvenza di controllo, mentre i violisti suonano e le persone si accalcano sulla prua.
Non è una strip consolatoria. Non è divertente. È un urlo soffocato, un vuoto in cui l’unico suono è uno “Stonk!”. Ma non sono solo. Non sei solə. Siamo in tantə, e questa è la nostra forza. Possono disorientarci, possono spaventarci, ma non possono zittirci. Non ancora.